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LA SETTIMANA SANTA E LE SUE TRADIZIONI AD ANDRIA

DOMUS re

La Settimana Santa e il Triduo Pasquale sono ricche di tradizioni a metà tra la religione e il folklore. La città di Andria ha tantissimi riti caratteristici che animano le giornate che precedono la domenica di Pasqua. Alcune tradizioni si sono perdute, altre resistono e continuano ad essere momenti imprescindibili per la comunità andriese.

Il giovedì Santo e i “sepolcri”

Il rito che apre le celebrazioni centrali della Settimana Santa è la visita ai “sepolcri”. L’origine del termine “sepolcro” è incerta: nei testi liturgici non ritroviamo questo termine, ma chiaro è il riferimento alla umanità sofferente di Cristo e al santo Sepolcro di Gerusalemme. Il “sepolcro” è l’altare della reposizione decorato dalle singole comunità parrocchiali. In antichità il “sepolcro” veniva decorato con fili d’erba ricavati da semi di grano, orzo o lenticchie lasciati crescere durante la Quaresima. Poste al buio, le piantine assumevano un colore giallognolo, espediente utilizzato dalle parrocchie perché spesso non potevano permettersi i fiori per ornare i “sepolcri”.

La tradizione prevede che i “sepolcri” da visitare siano almeno sette, o comunque sempre dispari, e che tra questi vada incluso quello della chiesa del Purgatorio, luogo di esposizione delle statue della processione del venerdì Santo. Secondo un’altra consuetudine, oggi ormai scomparsa, bisognava mangiare un confetto conservato apposta a Carnevale dopo ogni “sepolcro” visitato.

Venerdì Santo: la “processione dei misteri”

Il venerdì Santo è il giorno della commemorazione della passione e morte di Gesù Cristo. Inizia nelle chiese cittadine tramite lettura del “Passio”, senza la celebrazione eucaristica, e si conclude per le vie della città con la tradizionale “processione dei Misteri”. La processione, come da antica consuetudine, parte della chiesa di S. Sebastiano, o del Purgatorio. Qui dalla sera prima vengono esposte le otto statue lignee dei “misteri”, rappresentazione dei momenti centrali della Passione: Gesù in preghiera nell’orto degli ulivi; Gesù legato alla colonna e flagellato; Gesù coronato di spine e legato ad una canna; Gesù caricato della Croce; Gesù crocifisso; Gesù deposto nel sepolcro (un’urna di legno e vetro trasparente); il gruppo delle Pie Donne (statua di più recente fattura rispetto a tutte le altre) e la statua della Madonna Addolorata.

La processione, culmine della Settimana Santa, è aperta da numerose croci in legno. Anticamente erano portate in spalla da devoti, oggi dai “crociferi” membri della “Pia Associazione Crociferi”, confraternita nata nel 1995 su iniziativa del diacono Michele Melillo. La storia delle croci lignee si perde nel tempo, poiché non esistono testimonianze scritte a riguardo. La croce più antica è datata 1850, ma si presume ve ne fossero altre in passato, conservate in diverse chiese della città. Le croci, conservate nella chiesetta di San Micheluzzo, attualmente sono ventisei. Chiude la processione il Vescovo con la teca contenente la Sacra Spina.

Il sabato Santo e il giorno di Pasqua

La Settimana Santa si chiude con i riti del sabato, giorno di attesa della Resurrezione di Cristo. Fino a qualche decennio fa già il sabato era giorno di festeggiamenti per la Resurrezione. A mezzogiorno, al canto del Gloria, le campane suonavano a festa. Tutta la città si riversava per le strade, attirata dal frastuono dei fuochi d’artificio. In casa era usanza produrre rumori con mazze e altri oggetti per cacciare “u paponnë” (il demonio). I ragazzi portavano doni alle famiglie delle proprie fidanzate: agnelli, cestini di uova, pecorelle di zucchero, “rë scarcidd” (le scarcelle, ciambelle glassate e decorate con ovetti di cioccolata. L’uomo riceveva in dono una camicia, una cravatta e un oggetto in oro, solitamente “u filett”, una collanina.

La domenica di Pasqua è ricca di tradizioni tutte culinarie: le uova sode e la soppressata per aprire il pranzo; il “calzaunë”, la tipica focaccia ripiena di cipolle, olive ed alici salate; “rë scarcidd” a fine pasto. Per il lunedì di Pasquetta, o dell’Angelo, alcuni si recavano presso il Santuario di Calentano in Ruvo. Altri attendevano l’uscita della processione degli Angeli dalla chiesa dell’Annunziata, composta da tanti bambini vestiti da angelo o da San Giovanni, con addosso un paio di brachette e sulle spalle nude una pelle d’agnello.